Mi chiamo Maria, sono nata e cresciuta a Nomadelfia. Attualmente vivo a Bologna e lavoro come rendicontatrice di progetti all’interno di una Cooperativa sociale. Quest'estate ho speso le ferie che avevo a disposizione a Nomadelfia di Mvimwa, dove sono rimasta quaranta giorni.
Perché sei partita?
Il desiderio di vivere un’esperienza del genere era presente in me già da molto tempo, ma non era mai il momento giusto per farlo, almeno questo è quello che mi raccontavo. A gennaio di quest’anno però, ho sentito forte la necessità di dare ascolto a quello che sentivo e che non poteva essere più rimandato. Quindi mi sono imposta che entro l’anno sarei partita, e così è stato. A fine luglio, insieme con Emmanuele, sono andata in Tanzania, senza essermi organizzata troppo. Non sapevo cosa avrei fatto, di cosa mi sarei occupata, mi sentivo pronta ad accogliere qualsiasi cosa quei giorni mi avrebbero donato e devo dire che quello che ho ricevuto è stato molto di più di quello che, nel mio piccolo, ho offerto.
Come hai vissuto questo periodo?
In quasi un mese e mezzo vissuto li, ho avuto la possibilità di aiutare nella costruzione del nuovo gruppo familiare, progetto che mi ha colpito molto in positivo. Ho avuto la possibilità, ma più la grazia, di stare a contatto con la gente del posto, di lavorare con loro, vedere e conoscere, anche se limitatamente, la loro cultura. E poi, ho avuto il dono di poter offrire un po’ del mio tempo ai bambini del posto, che ogni giorno venivano a Nomadelfia. Con loro passavo la maggior parte dei pomeriggi tra quaderni, colori, gessi, altalene, biscotti e abbracci. In loro ho trovato quello che più cercavo da questa esperienza: tornare all’essenzialità, alla verità, a quello che conta davvero.
Cosa ti ha dato questa esperienza?
Quando stavo con loro le mie priorità venivano ribaltate completamente. Di fronte alla fame, alla miseria più prepotente, alla mancanza di cure adeguate, mi sono sentita svuotata, smontata, piccola. Ma questo mio annullamento è stato subito riempito da tanto amore e grazia ricevuta. La loro generosità nei miei confronti, il loro corrermi incontro sempre con un sorriso mi ha fatto sentire amata, fortunata e tanto responsabile. Mi colpiva come, nonostante fossero piccoli, si sentissero responsabili l’uno per l’altro e generosi. Perché se qualcuno arrivava dopo e non aveva preso i biscotti te lo venivano a dire, anche se il container era già chiuso ed era tardi, e se qualcuno li finiva prima degli altri, c’era sempre un altro che gliene offriva uno o lo spezzava a metà per condividerlo. Disinteressatamente, con libertà.
E ora come ti senti?
Tornare in Italia dopo questa esperienza non è stato facile, ma mi sono accorta di quanto poco basti per essere risucchiati nuovamente dal mondo, dalla fretta, dall’egoismo. Di quanto facile sia cadere nella tentazione di vivere non curante delle sofferenze e delle ingiustizie viste, di quanto velocemente si possa dimenticare. Ma non per cattiveria o indifferenza, semplicemente si va avanti, ci si scorda, si corre. E allora penso a Yuni, Aines, Danieli, Aloisi, Ghilei e a tutti i bambini e le persone incontrate e mi risveglio e mi ricordo che non voglio e che non posso vivere così, mi ricordo che, nel mio piccolo, nelle relazioni, nel lavoro, nella vita, voglio vivere ricercando la giustizia.










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